IP Faber :: www.ipfaber.com

24 November, 2008

Design e diritto d’autore, ovvero la legge e le sue metamorfosi

Filed under: copyright, design, dibattito, intellectual property, news, normativa, thoughts — Tags: , , , , — Eva Callegari @ 10:07 am

drinking-camaleon

Creative Commons License Photo credit: Marfis75

Per chi si domandasse se il design ha tutela di copyright in Italia, la risposta dovrebbe essere: “Indubbiamente sì”.

Per chi tuttavia si domandasse per quale ragione il design d’autore, quello – per intenderci – che si trova nei musei di design di tutto il mondo, è venduto in Italia dai soggetti più disparati, che danno le risposte più disparate sull’originalità di quello che vendono, la risposta dovrebbe essere: “Perchè la legge è stata stiracchiata fra chi detiene i diritti sulle opere in questione, perchè ha contribuito a svilupparle e a realizzarle o ha acquistato tutte le necessarie licenze da chi le ha sviluppate e realizzate (individuiamoli come squadra A) e chi invece ha interesse a non riconoscere royalties ai titolari dei diritti d’autore sul design di cui sopra (individuiamoli come squadra B)”

Questa risposta si ricava leggendo “in controluce” le multiformi scritture della norma transitoria che avrebbe dovuto accompagnare l’entrata in vigore della legge del 2001 che ha definito come protette dal diritto d’autore “le opere del design industriale che presentino di per sè carattere creativo e valore artistico” (art. 2 lett. 10 legge diritto d’autore). Norma transitoria che sta per essere nuovamente modificata, se verrà approvato il disegno di legge n. 1441 ter, già esaminato dalla Camera e attualmente all’esame del Senato.

Se abbiamo contato bene, saremmo alla quarta riscrittura della stessa norma, che in nessuna delle sue multiformi versioni ha brillato per chiarezza e coerenza di tecnica legislativa.

(IP Faber: specializzati nel licensing, nella protezione e nell’enforcement dei diritti sul design. Contattaci)

(more…)

Advertisements

10 October, 2008

Le windows sul cinema: alcune riflessioni aspettando Wall-e

Filed under: marketing, news, normativa, thoughts — Tags: , , , — Eva Callegari @ 7:18 am

© Photo Credit: Disney / Pixar

 E’ da vario tempo che le windows, quelle finestre che scandiscono temporalmente le modalità di sfruttamento delle opere cinematografiche (prima nelle sale, poi in home-video ed infine in tv, a pagamento e in chiaro) non sono più specificamente definite nella loro estensione dalla legge, così come accadeva con la legge 153/94.

In via contrattuale esse hanno tuttavia continuato ad esistere, frammentandosi e moltiplicandosi, in conseguenza dell’evolversi della tecnologia e delle conseguenti modalità di sfruttamento degli stessi film.

Se un tempo esistevano solo le tre/quattro tradizionali modalità di fruizione ricordate appena sopra, successivamente esse si sono spostate attraverso diversi piani e canali di utilizzo: al videonoleggio tradizionale si è affiancato il video on demand e il digital download, alla tv in chiaro si è aggiunta la pay-tv e la pay per view, e così via.

La Direttiva 2007/65/CE, che ha modificato la Direttiva “Televisione Senza Frontiere” 89/552/CEE, prevede in tema di windows che gli Stati membri assicurino “che i fornitori di servizi di media soggetti alla loro giurisdizione non trasmettano opere cinematografiche al di fuori dei periodi concordati con i titolari dei diritti“.

Viene quindi confermato il principio secondo cui spetta ai titolari dei diritti d’autore sul film di stabilire contrattualmente gli intervalli temporali di sfruttamento dei film attraverso i vari canali di fruizione.

Di paese in paese, si possono inquadrare comuni intervalli temporali di sfruttamento delle opere cinematografiche. Questi intervalli rappresentano più che altro delle ricorrenze negli usi contrattuali che regole uniformemente volute tali dai titolari dei diritti.

Tant’è che recentemente il mercato ha dimostrato che le windows non necessariamente costituiscono l’unico modo per massimizzare il profitto sullo sfruttamento di un film e si stanno esplorando nuove strategie. Non è detto – ad esempio – che il fruitore del film, se già possa disporre del film in video on demand, rinunci alla sua visione nelle sale cinematografiche.

Addirittura, negli Stati Uniti si sono fatti esperimenti di lancio contestuale di un film su più canali di fruizione e si è visto come i margini di profitto siano comunque positivi, nonostante l’interferenza fra i diversi utilizzi del film in corso.

Ciò significa che – per ora – dovremo aspettare alcuni mesi prima di poter acquistare Wall-e, ultimo nato dalla produzione Disney-Pixar (in uscita nelle sale il prossimo 17 ottobre), per una nostra visione casalinga.

Per il futuro, ci potrà forse capitare di uscire da una sala cinematografica avendo visto il nuovo RatatouilleET o Pirati dei Caraibi e di poter decidere di acquistare subito la nostra copia del film appena visto, magari loggandoci in Internet con un codice acquistato al botteghino con il prezzo del biglietto cumulativo sala+copia personale..

(IP Faber: licensing and managing copyright is our business. Contact us)

8 October, 2008

The Pirate Bay non è più pirata! (in Italia)

Filed under: copyright, dibattito, intellectual property, internet, news, normativa — Tags: , , — Enrico @ 10:20 am

Creative Commons License Photo credit: Earcos

 Ringraziamo il giurista Francesco Paolo Micozzi che sul sito Circolo dei giuristi telematici ha riportato un abstract delle motivazioni della decisione che ha portato al “dissequestro” di The Pirate Bay in Italia.

Desidero ricordare che la decisione (che ha riscosso molti applausi o molte critiche a seconda dei punti di vista) è fondamentalmente il risultato degli sforzi della difesa di The Pirate Bay da parte di un team composto di due avvocati, Gian Battista Gallus e Francesco Micozzi, e un esperto informatico, Matteo Flora (in qualità di CT, consulente tecnico).

Il caso The Pirate Bay ha appassionato sia i quotidiani che molte testate online e migliaia di italiani, fedeli utenti della baia. In sostanza, le autorità giudiziarie avevano impedito la visita al sito italiano di Pirate Bay, imponendo l’oscuramento dei relativi indirizzi IP (nomi di dominio + indirizzo IP statico).

Chiaro che con l’utilizzo di proxy si potesse aggirare il problema, ma la questione è stata portata nelle aule giudiziarie da The Pirate Bay, che alla fine ha vinto una piccola (grande) battaglia.

Riportiamo quindi quanto deciso dal Tribunale di Bergamo con la decisione dello scorso 3 ottobre, e di cui si conoscono ora le motivazioni, che ha ribaltato la decisione del GIP sul sequestro preventivo del sito web www.thepiratebay.org

Potete trovare un post di Francesco Micozzi con l’abstract completo, che indica quale punto saliente delle motivazioni la “impossibilità di configurare un provvedimento di sequestro come quello posto in essere in quanto produce l’effetto di sovvertire natura e funzione del sequestro preventivo conosciuto dal nostro Ordinamento”.

###########################

Repubblica Italiana – Tribunale di Bergamo

ordinanza di accoglimento di riesame avverso sequestro preventivo  art. 324 c.p.p. 


premesso
che, su richiesta del Pubblico Ministero, in data 1.8.2008 il GIP di Bergamo disponeva il sequestro preventivo del sito web 
www.thepiratebay.org, disponendo che i fornitori di servizi internet (Internet Service Provider) e segnatamente i provider operanti sul territorio dello Stato italiano inibiscano ai rispettivi utenti – anche a mente degli artt. 14 e 15 del Decreto Legislativo n. 70 del 9.4.2003 – l’accesso:
all’indirizzo 
www.thepiratebay.org; ai relativi alias e nomi di dominio presenti e futuri, rinvianti al sito medesimo; all’indirizzo IP statico 83.140.176.146, che al momento risulta associato ai predetti nomi di dominio, e ad ogni ulteriore indirizzo IP statico associato ai nomi stessi nell’attualità ed in futuro;

ritenuto
che non può allo stato revocarsi in dubbio la sussistenza del fumus delicti (quantomeno secondo la tipicità dell’art. 171 co. 1 lett. a bis) L. 633/41), alla luce di quanto evidenziato dalla Guardia di Finanza, che riferisce di un elevatissimo numero di contatti al sito in questione registrati sul territorio nazionale (in termini di alcune centinaia di migliaia);
che tali contatti, per specificità, l’evidenza e l’ampiezza dell’offerta contenuta nel sito oggetto di cautela, devono essere ragionevolmente ricondotti, almeno in una significativa parte, all’acquisizione in rete di beni protetti dal diritto di autore, in violazione delle norme a presidio dello stesso;
che in proposito a nulla rileva il fatto che tali beni non siano nella diretta disponibilità degli indagati, ma collocati in archivi contenuti in apparecchi elettronici di altri soggetti, dal momento che solo le informazioni contenute nel sito in questione (nel quale si trovano le chiavi per accedere agli archivi di cui sopra e attingerne direttamente documenti) consentono la realizzazione di quei contatti in numero esorbitante cui fa riferimento la Guardia di Finanza;
che in tale contesto risulta del tutto evidente come gli indagati, attraverso il sito 
www.thepiratebay.org, quantomeno mettano a disposizione del pubblico della rete opere dell’ingegno protette, condotta astrattamente rispondente alla tipicità dell’art. 171 citato;
che, riconosciuto il fumus per come esposto, deve altresì affermarsi la sussistenza del periculum, dovendosi in proposito osservare che l’elevatissimo numero di connessioni rilevate induce a ritenere in via probabilistica (valutazione del tutto compatibile con il carattere della delibazione cautelare) l’attualità della commissione del delitto ipotizzato;
che, atteso il concreto atteggiarsi del fatto come sopra tratteggiato, all’affermazione della sussistenza di fumus e periculum, deve conseguentemente affermarsi anche la sussistenza della giurisdizione italiana;

considerato
che occorra ora esaminare il profilo inerente alla falsa applicazione dell’art. 321 c.p.p., che, in quanto attinente al merito, ha natura assorbente degli ulteriori profili eccepiti;

ritenuto
che le misure cautelari – e segnatamente i sequestri, secondo l’ordinamento processuale penale – hanno carattere di numerus clausus, non conoscendo il codice di rito un istituto atipico quale quello di cui all’art. 700 c.p.c.;
che di conseguenza non è giuridicamente possibile emettere sequestro preventivo al di fuori delle ipotesi nominate per le quali l’istituto fu concepito;
che il sequestro preventivo ha una evidente natura reale (come peraltro fatto palese dallo stesso nomen iuris del genere al quale esso appartiene), in quanto si realizza nell’apposizione di un vincolo di indisponibilità sulla res, che sottrae il bene alla libera disponibilità di chiunque;
che dunque l’ambito di incidenza del sequestro preventivo deve essere ristretto alla effettiva apprensione della cosa oggetto del provvedimento;

considerato
che il decreto censurato ha il contenuto di un ordine imposto dall’Autorità Giudiziaria a soggetti (allo stato) estranei al reato, volto ad inibire, mediante la collaborazione degli stessi, ogni collegamento al sito in questione da parte di terze persone;
che tale decreto (pur astrattamente in linea con la previsione degli artt. 14 e ss. D.L.vo 70/03), lungi dal costituire materiale apprensione di un bene, si risolve in verità in una inibitoria atipica, che sposta l’ambito di incidenza del provvedimento da quello reale – come detto ambito proprio del sequestro preventivo – a quello obbligatorio, in quanto indirizzato a soggetti indeterminati (i cd. provider), cui è ordinato di conformare la propria condotta (cioé di non fornire la propria prestazione), al fine di ottenere l’ulteriore e indiretto risultato di impedire connessioni al sito in questione;

ritenuto
che l’uso del tipo di cui all’art. 321 c.p.p., quale inibitoria di attività, non può però essere condiviso, in quanto produce l’effetto di sovvertirne natura e funzione, di talché il sequestro deve essere annullato;

annulla

il decreto di sequestro preventivo emesso in data 1.8.2008 dal GIP di questo Tribunale.

###########################

(tratto da Circolo Giuristi Telematici)

Dal punto di vista legale, le cose sono (abbastanza) pacifiche e nette: annullamento di un sequestro, che come tale ha natura reale e non obbligatoria, in quanto utilizzato come inibitoria atipica, e quindi impropria.

Dal punto di vista pratico ora gli utenti possono raggiungere serenamente le pagine della baia pirata, anche senza utilizzare i servizi di proxy.

Dal mio punto di vista invece il caso Pirate Bay va oltre le semplici implicazioni giuridiche, e vorrei riassumerne 3 che mi sembrano notevolmente importanti.

La piattafroma giuridica è per certi versi non congruente con quella informatica, per cui spesso ci sono “inesattezze” ed errori applicativi che possono essere individuati, esaminati e risolti grazie allo sforzo congiunto di persone che operano a mezzo tra i due sistemi: la diretta conseguenza è che per gestire al meglio la materia del diritto industriale legato all’IT è bene affidarsi a chi li conosce bene e sa come muoversi.

Il caso The Pirate Bay in Italia non è il primo e non sarà l’ultimo a vedere implicate questioni delicate riferibili  all’uso e abuso su internet della proprietà intellettuale (e in futuro probabilmente alle libertà personali), ma sicuramente rimane un caso importante che entrerà nella giurisprudenza più seguita per le technicalities discusse e l’impostazione sposata.

La tecnologia pone, e porrà sempre di più in futuro, delle grandi sfide ai nostri sistemi giuridici e a chi si occupa di queste tematiche, innescando una (ci auguriamo) virtuosa spinta verso l’innovazione e la corretta applicazione della disciplina .

Alla fine di tutto, rimane una mia personale soddisfazione per una materia che  ogni giorno ci regala spunti interessanti su cui riflettere e nuove sfide professionali. 

(IP Faber mette allo stesso tavolo conoscenze e professionalità diverse per risolvere problemi e trovare soluzioni innovative nel campo della proprietà intellettuale)

Nielsen bacchetta Wikipedia: quando un elenco non è un semplice elenco?

Creative Commons License Photo credit: Aldoaldoz

Fra Wikipedia e l’agenzia statistica Nielsen avrebbe potuto sorgere una vera e propria causa nel corso delle passate settimane. Wikipedia ha invece preferito obbedire all’ordine di Nielsen, eliminando più di trecento pagine della propria sezione inglese, senza rischiare di dilungarsi in una complicata vertenza.

Nonostante ciò, il caso lascia spazio ad alcune riflessioni.

Facciamo un passo indietro: l’agenzia inglese Nielsen Research Media il mese scorso invia un cosidetto “DMCA order“, cioè un ordine emesso sulla base del Digital Milleniun Copyright Act (legge sul copyright digitale) alla Wikipedia inglese, affermando che quest’ultima avrebbe violato i diritti di copyright dell’agenzia Nielsen su un elenco di stazioni televisive staunitensi creato da Nielsen e basato su un determinato criterio di ripartizione geografica.

La prima riflessione riguarda l’uso dei “DMCA order“, strumento di enforcement che viene sempre più utilizzato su un piano sovranazionale e nella prassi rispettato come tale dalle aziende che operano professionalmente su Internet. Non è un caso che la stessa Google traduca anche nel nostro paese l’invito ad inviare la “notifica di presunta violazione di copyright” secondo la forma suggerita dal Digital Millenium Copyright Act e ne richiami il testo attraverso il link diretto al sito web dell’Ufficio copyright degli Stati Uniti.

La seconda riflessione riguarda la particolare tutela di copyright che immaginiamo possa sottendersi a questo caso (l’order di Nielsen non è stato reso pubblico e possiamo limitarci a delle supposizioni): è probabile che Nielsen si sia richiamata ad una tutela di diritto d’autore sulla propria banca dati.

E’ questo uno dei casi (rari) in cui è probabile si sia rivendicata un’esclusiva su un data base: tale tutela è prevista qualora un elenco, un catalogo sia caratterizzato da un criterio originale di selezione, organizzazione e classificazione dei dati in esso contenuto.

Sia la legge inglese (secondo le Copyright and Rights in Databases Regulations del 1997, entrata in vigore il 1° gennaio 1998), sia le leggi dei vari paesi EU (che hanno recepito la Direttiva 96/9) riconoscono tale genere di protezione.

Occorre tuttavia ricordare che la protezione di una banca dati dà tutela esclusiva al “contenente” data base e non al contenuto: ciò che non può essere copiato da terzi è quindi il sistema di organizzazione dei dati, se e quando tale sistema sia originale, e non i dati in sè stessi.

Questo caso insegna che un elenco può quindi – talora – non essere semplicemente un elenco.

(Il lato innovativo della tua azienda è sufficientemente protetto? Chiedi ad IP Faber di fare un IP check up!)

6 October, 2008

Product placement e marchi nel cinema e in tv: assaggeremo il Cacao Meravigliao?

Filed under: intellectual property, law, marchi, marketing, news, normativa, trademark — Tags: , , , , — Eva Callegari @ 9:02 am

Creative Commons License Photo credit: Acidcookie

La legge comunitaria 2008 include nell’elenco di direttive che dovranno essere recepite in Italia nei prossimi mesi la direttiva 2007/65, che ha modificato la “direttiva TV senza frontiere” e che, nell’armonizzare la normativa dei vari paesi membri, si ripropone di “migliorare conseguentemente la competitività del settore europeo dei media”.
Questa direttiva si occupa anche di product placement.
Si sa che il mercato delle major statunitensi si nutre da decenni di product placement, integrando marchi e richiami a prodotti e servizi nell’intreccio dei propri film e stipulando apposti accordi con le imprese per dare questa particolare (e molto efficace) visibilità ai loro prodotti.
Nel nostro paese, questo genere di marketing è stato visto per anni con occhio sospetto e bandito – nelle sue forme più evidenti – come forma di pubblicità camuffata, vietata. Si utilizzava il cambio merci per abbassare i costi di produzione di un film, ma non si potevano negoziare accordi per dare risalto ad un marchio all’interno della narrazione di un film.
Ad un certo punto ci si accorse del disfavore che subivano le nostre produzioni cinematografiche rispetto a quelle di matrice americana. Per intenderci, se ET poteva bellamente mangiare le caramelle Reese’s Pieces (simili alle più note M&Ms) davanti agli occhi di infiniti giovani spettatori (e consumatori), il Topo Gigio nostrano doveva accontentarsi di un’anonima (ma gustosa) fetta di gruviera.
Nel 2004 si regolamentò per la prima volta in Italia il product placement, prevedendo cheper i film che contengono inquadrature di marchi e prodotti, comunque coerenti con il contesto narrativo, è previsto un idoneo avviso che rende nota la partecipazione delle ditte produttrici di detti marchi e prodotti ai costi di produzione del film.” (art. 9 del d.lgs. n. 28 del 22 gennaio 2004).
Il quadro normativo attuale, in attesa del recepimento della direttiva del 2007 sulla materia, dà quindi libero campo al product placement nel mondo delle produzioni cinematografiche nazionali, non nell’ambito delle produzioni televisive e dei serial tv.
Il legislatore dovrà ora fissare “un elenco positivo”, indicando quali tipi di programmi potranno beneficiare di un sistema di sponsorizzazione quale quello rappresentato dal product placement.
Nell’effettuare questa scelta si dovrà da un lato scongiurare il rischio di un’eccessiva “brandizzazione” dei prodotti cinematografici e televisivi, che sono anche prodotti culturali, e dall’altro lato considerare i dati economici circa il product placement già sperimentato.
Le analisi di marketing dimostrano che il product placement è di impatto particolarmente forte sul consumatore, che “metabolizza” facilmente e ricorda il marchio visto nell’intreccio di un film.
Inoltre, il product placement si avvantaggia del fatto di legare il marchio ad un’esperienza, quale è quella portata dalla visione di un film. Chi ha visto il film Cast Away non potrà dimenticare il pallone Wilson diventare protagonista con il naufrago Tom Hanks.
Se la tendenza è sempre più verso il brandertainment, i dati di mercato confermano come gli investimenti in product placement siano in costante incremento: del 13 % nel 2007 secondo l’agenzia Nielsen, del 27% l’anno secondo i dati resi noti nel corso dell’edizione 2008 del “Product Placement & Location Festival” di Ischia.
La data entro cui dovrà essere recepita la direttiva 2007/65 dal nostro legislatore è il 19 dicembre 2009.
Quale sarà lo scenario che si aprirà al product placement nel nostro paese per allora?
Sfogliando e curiosando nel data base dei marchi italiani si scopre che esistono 17 marchi “Cacao Meravigliao” depositati in Italia, uno di questi è stato depositato dalla Barilla nel lontano 1987 (non è certo – a dire il vero – se sia stato rinnovato fino ad oggi).
Se il product placement amplierà sempre più il proprio raggio d’azione, potremo forse davvero trovare sugli scaffali del supermercato “il Cacao Meravigliao” e torneremo tutti nell’arena di “Indietro Tutta” a cantare con Renzo Arbore e Nino Frassica?

(IP Faber ti può aiutare nel product placement e nel rafforzamento del tuo brand)

31 January, 2008

Le utilizzazioni libere di musica e immagini in rete

Filed under: copyright, dibattito, law, music, news, normativa — Eva Callegari @ 10:49 pm

72041533_2f93e85bdc.jpg
Con la cosidetta “riforma SIAE“, la legge n. 2 del 9 gennaio scorso ha introdotto una previsione che regolamenta i casi di libera pubblicazione in Internet di immagini e di musica, andando ad aggiungere un comma all’art. 70 della legge sul diritto d’autore.

Tre sono le condizioni che pone questa norma, in vigore a partire dall’11 febbraio prossimo, perchè si possano liberamente riprodurre in rete file musicali o file immagine: si dovrà trattare di “immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate“, finalizzate ad un “uso didattico o scientifico“, che in ogni caso non dovranno essere utilizzate “a scopo di lucro“.

I dubbi che immediatamente sorgono sono molteplici: che cosa si intende per immagini a bassa
risoluzione o degradate? Entro che limiti le pubblicazioni su web si possono considerare a fini didattici o scientifici, o meno?

Pietro Folena, presidente della Commissione Cultura della Camera, che ha elaborato il testo della norma, ha spiegato che i file musicali riproducibili liberamente in Internet saranno quelli con “una qualità non paragonabile a quella di un cd, ma comunque ascoltabile” mentre i file immagine saranno quelli “con dimensioni non utili alla riproduzione a stampa”.

Quanto al secondo dubbio (sempre che il primo si possa considerare così effettivamente chiarito), occorrerà attendere l’emanazione di un apposito decreto ministeriale volto a definire in dettaglio i “fini didattici e scientifici” richiamati dalla legge.

Foto “Broken cd” di Rick Heatk con licenza CC da Flickr

(IP Faber: tutela e gestione del copyright a 360°. Contattaci)

21 January, 2008

La protezione del design italiano: registrare meno e tutelare meglio – Do Italian design need less registrations and stronger protection?

Filed under: design, dibattito, normativa — Eva Callegari @ 12:58 am

296222_pantone_3.jpg

La protezione del design in Italia appare segnata da un curioso paradosso, ove si confrontino due dati emersi nel corso dell’anno appena trascorso.

Ad aprile 2007, con la conversione in legge del d.l. 10/2007, l’Italia si è allineata agli altri paesi della Comunità Europea per la durata della protezione di diritto d’autore sulle opere di design (portata da venticinque a settant’anni). Nel contempo, la “moratoria” che sospendeva l’applicabilità della disciplina a protezione del design introdotta nel 2001 è stata variata nella sua operatività. Non più riferita a chi prima del 2001 aveva intrapreso la fabbricazione o la vendita di prodotti che non erano protetti sulla base della precedente disciplina, ma riferita ai prodotti che nel 2001 non si potevano più considerare tutelabili sulla base della disciplina abrogata. Non ci si è quindi limitati ad applicare il principio di affidamento del terzo, garantendo per 10 anni chi già produceva o vendeva opere di design che sulla base della nuova disciplina sarebbero ricadute sotto la protezione del diritto d’autore, ma si è di fatto eliminata ogni tutela d’autore per quei prodotti che nel 2001 non si sarebbero potuti considerare protetti secondo la disciplina fino ad allora vigente (a dire il vero, assente), senza minimamente considerare se gli stessi prodotti avrebbero potuto accedere alla tutela del design disciplinata dalla nuova normativa.
Con buona pace di nostri maestri del design del calibro di Alessandro Mendini, Achille Castiglioni, Vico Magistretti, Ettore Sottsass, Antonio Citterio, Gaetano Pesce. I loro pezzi di design realizzati prima del 2001 non avrebbero titolo per accedere alla tutela d’autore, grazie a questa “moratoria”.

Sempre nel corso di quest’anno si è poi letto che, dalle statistiche raccolte dall’OAMI da gennaio 2003 a marzo 2007 e citate dalla rivista World Trademark Review, l’Italia sarebbe il paese dove si sono depositati più modelli che in qualsiasi altro paese europeo. Quattro studi di brevettualisti italiani (di chi da sempre ha privilegiato la fase iniziale della protezione dell’Intellectual Property, del filing) occupano i primi posti di questa particolare classifica.
Un indice che appare controtendenza rispetto alla normativa comunitaria, che ha introdotto con il regolamento n. 2/2001 la tutela del modello non registrato per 3 anni dal primo atto di commercializzazione.
Questa disciplina, direttamente applicabile nel nostro paese, rende superfluo quindi il deposito di quei modelli destinati ad avere un ciclo di vita breve (una collezione di moda, una linea di prodotti stagionali, etc.).
Il dilemma che sorge è questo: è davvero necessario registrare così tanti modelli in Italia? Non sarebbe preferibile garantire una protezione più efficace e mirata, con un occhio di riguardo al design d’autore?

As World Trademark Review recently noted, four Italian trademark attorneys’ offices represent the top filers of EC designs under OHIM statistics (January 1 2003 to 31 May 2007). These data may appear in conflict with the protection of unregistered designs introduced by EC Community Designs Regulation no. 6/2002.

On the other side, in 2007 Italy amended its IP Code in order to avoid an EC infringement procedure for lack of protection of copyrightable design. Notwithstanding the fact that now Industrial Design shall be proctected for 70 years (and not for only 25 years, as it was previously ruled), a moratorium period of ten years will apply to products created before 2001. Therefore the most important Italian classic design products (created by Alessandro Mendini, Achille Castiglioni, Vico Magistretti, Ettore Sottsass, Antonio Citterio, Gaetano Pesce) will not access to copyright protection, if this provision will be blindly applied.

The above seems a paradox: an apparently excess of filing on one side and a lack of copyright protection for design on the other side.

(IP Faber: we focus on the most useful tools for protecting Industrial Design. Contact us)

26 November, 2007

Fourth Venice Award for Intellectual Property 2007 to Joseph Straus

Filed under: Blogroll, brevetti, dibattito, news, normativa, patent — Tags: — Eva Callegari @ 3:06 pm

leone
It was necessary to wear plastic boots for assisting to the cerimony for the Fourth Venice Award for IP 2007 in Venice on Friday, 23th November (due to water high tide in San Marco Square), but it was well worth the effort.

In fact, listening to the winner, Professor Joseph Straus – the Director of the Max Plank Institute – was a big pleasure.

His experience and passion for Intellectual Property Rights is tangible, even though his career has been completely dedicated to intangible assets.

The thoughts Professor Straus gave us during the International conference organized by European Patent Office, Italian Patent and Trademark Office and Venice International University on the occasion of the IP Award have been interesting and precious.

His provocative question was the following: “Is there a global patent warming?”.

The WIPO official data reveal an evident trend: 0,8 million patent applications are pending at US Patent Office and 3 Million patent applications are pending worldwide.
Furtermore, the average increment of resident patent filings in the world has increased of 45 %, from 1995 to 2005. The same indicator is 106 % in Republic of Corea and of 834 % in China.
We imagine the risks of such a global patent warming: pretestuous litigations (the so-called “patent trolls“), uncertainty on IP exclusive rights, unstable validity of patents and – in the long term – confusion in the business.

Regarding this issues, Professor Straus made 3 clever suggestions, that should be taken in serious consideration by everyone who operates in this “crazy” IP world and, above all, by IP official entity:

– creating an efficient system for rational merging of patent knowledge;
– improving armonisation among Patent offices in filing phases;
– strictly applying the requirements for patent validity (in particular, the inventive step requirement).

Thanks, Professor Straus, we will do our best to become more IP-environmental friendly in our next future!

(IP Faber does not manage every patent, but only good patents. Contact us)

16 September, 2007

Più forza alle DOP dall’Ue: quando si dice grana, dev’essere padano – EU’s protection of Grana cheese

Filed under: marchi, news, normativa — Eva Callegari @ 9:52 am

images.jpgimages-1.jpgIl Tribunale di Primo Grado della Comunità Europea ha accolto nei giorni scorsi il ricorso presentato dal Consorzio del Grana Padano, affermando che il termine “grana” non è generico.

Con la decisione comunitaria T. 291/03 è stata di conseguenza invalidata la registrazione del marchio “Grana Biraghi“, identificativo di un prodotto estraneo al disciplinare della DOP del Grana Padano.

Tratto caratteristico di questa Denominazione di Origine Protetta – osserva il Tribunale UE – è appunto il fatto di raccogliere in un’unica denominazione i formaggi aventi determinate caratteristiche,  prodotti all’interno dell’area padana. In poche parole il Grana è tale proprio in quanto prodotto nella pianura del Po, non è la descrizione generica di un formaggio che diventa “Padano” quando assume  i caratteri di questa DOP.Decisione interessante, che esprime attenzione nei confronti dei marchi collettivi di origine nel settore alimentare e che pone un freno alle registrazioni di marchi individuali che volutamente evocano marchi collettivi, pur identificando prodotti non aventi i requisiti sostanziali – di provenienza, di modalità di produzione, di composizione – prescritti da questi ultimi.

(IP Faber: perchè le DOP possono fare la differenza. Contattaci

In case T. 291/03 the Court of First Istance of the European Community ruled that the word “Grana” is not generic, but is substantial part of the protected designation of originGrana Padano“. 

The Consorzio del Grana Padano consequently obtained that the trade mark application of “Grana Biraghi” was declared invalid.

(IP Faber: we ensure PDO do make the difference. Contact us)

25 March, 2007

Copyright sull’industrial design: il “legislatore” sta davvero dalla parte dell’autore?

Filed under: design, news, normativa — Eva Callegari @ 12:15 am

lampada-arco.jpg

panton_chair_classic.jpg

Si è letto nei mesi scorsi su diversi quotidiani nazionali dei precedenti del Tribunale di Milano con i quali si è riconosciuta tutela d’autore a due opere di design, la Panton Chair di Vitra e la lampada Arco, disegnata da Castiglioni, di Flos. Gli entusiasmi di chi si occupa di design si sono immediatamente accesi: finalmente – si è detto – si va riconoscendo adeguata protezione giuridica ad opere di elevato valore creativo ed artistico, che sono uno dei motori di crescita della nostra industria e lustro dell’Italia nel mondo. Quasi nello stesso periodo, a livello comunitario, l’Italia veniva sollecitata ad adeguarsi ai parametri comunitari in materia di tutela del design industriale: come negli altri paesi UE la protezione di copyright sul design avrebbe dovuto durare 70 anni dalla morte dell’autore, non 25 come previsto dalla legge italiana. Puntuale (o quasi) la risposta del legislatore: il decreto legge n. 10 del 15 febbraio 2007 estende ora a 70 anni la protezione del diritto d’autore sui prodotti di design. Lo stesso decreto legge contiene tuttavia una norma sibillina (il comma 4 dell’articolo 4, per la precisione), che getta un colpo di spugna sulla protezione del design per tutti i prodotti creati prima del 2001. In poche parole, se entro metà aprile questo decreto legge fosse convertito in legge, in Italia avremmo una protezione del diritto d’autore sul design di 70 anni p.m.a. solo sulla carta, ma – nella realtà- efficace solo per gli ultimi 5/6 anni. E per tutte le opere di design create prima del 2001, per le quali non sono comunque ancora trascorsi i 70 anni di protezione stabiliti dall’UE? Il nulla.

Create a free website or blog at WordPress.com.