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28 April, 2009

Il marchio Budweiser: per chi sarà l’ultima sorsata di birra?

bud-beerLa birra boema Budweiser, prodotta dalla società Budějovický Budvar, vince dinanzi al Tribunale di Primo Grado delle Comunità Europee e blocca così la registrazione comunitaria del marchio Budweiser da parte del colosso mondiale della birra, la Anheuser-Busch Inc.

La decisione del 25 marzo scorso (procedimento T-191/107) ha accertato il rischio di confusione tra il marchio EU in corso di registrazione e i preesistenti marchi internazionali registrati dalla società ceca Budějovický Budvar in Germania, Austria, Benelux, Francia e Italia per la propria birra di qualità.

L’utilizzo effettivo del marchio “nato” in boemia e registrato nei vari paesi europei sopra richiamati è stato dimostrato attraverso la produzione in causa di fatture e di materiale pubblicitario relativi al quinquennio durante il quale l’opponente U.S. sosteneva si sarebbe invece verificata la decadenza per non uso dei marchi boemi.

Riprendendo il gioco di parole che si è costruito intorno ai due marchi controversi, in ambito comunitario si è così riconosciuta la precedenza temporale, anche in termini di uso, al marchio della Beer of Kings (“la birra dei sovrani”), così chiamata per essere stata apprezzata in passato da molti re rispetto alla King of Beers (“la sovrana delle birre”) così chiamata per gli alti volumi di vendita realizzati a livello globale.

Brutto colpo per la Anheuser-Busch Inc., alla quale non resta che bere lunghe sorsate della propria birra per dimenticare il marchio “Budweiser” in ambito comunitario.

Non a caso la cosiddetta brand strategy di Anheuser-Busch Inc. è sempre più indirizzata verso l’uso e il rafforzamento del marchio “Bud” per identificare il proprio prodotto…

(IP Faber: brand and trademark developing and protection toward innovative companies. Contact us for more info)

Creative Commons License Photo credit: by Chris_J via Flickr

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7 November, 2008

La brevettabilità dei metodi commerciali: il caso Bilski in U.S.A.

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Creative Commons License Photo credit: Gadl

Negli Stati  Uniti si è riaperto nei giorni scorsi il dibattito sui limiti di brevettabilità dei business method, dei metodi commerciali.

Di fatto, contrariamente a come si preannunciava, la decisione d’Appello del Circuito Federale non ha rivoluzionato, nè limitato i criteri di brevettabilità dei metodi commerciali. I dodici giudici hanno basato la loro decisione sul “machine or transformation test“, test di valutazione che ammette alla registrazione di brevetto quei soli metodi commerciali “funzionali ad un macchinario” o volti alla “trasformazione di un bene”.

Seguendo questo test, la Corte di Appello statunitense ha ritenuto non brevettabile la domanda presentata da Bernard L. Bilski e Rand A. Warsaw (due manager della WeatherWise di Pittsburgh) relativa ad un metodo commerciale per prevenire i rischi del mal tempo nella vendita di prodotti agricoli.

La parte del test sulla brevettabilità dei metodi commerciali che risulta sempre più dibattuta è quella relativa all’implementazione del metodo attraverso un macchinario, il machine test. Sulla base di questo requisito, si sono tradotti infatti negli ultimi anni molti metodi commerciali, scarsamente originali o innovativi, in software “funzionali” al solo fine di creare portfoli protezionistici da opporre ai concorrenti.

Nella pratica, al di là del noto brevetto per il business method OneClick di Amazon, il data base dei brevetti statunitensi conta infinite registrazioni di metodi commerciali sulla cui validità molti dubitano.

Il dubbio, sia pur vago e implicito, emerge anche dalla decisione Bilski del 30 ottobre scorso:

.. we agree that future developments in technology and the sciences may present difficult challenges to the machine-or-transformation test, just as the widespread use of computers and the advent of the Internet has begun to challenge it in the past decade. Thus, we recognize that the Supreme Court may ultimately decide to alter or perhaps even set aside this test to accommodate emerging technologies. And we certainly do not rule out the possibility that this court may in the future refine or augment the test or how it is applied. At present, however, and certainly for the present case, we see no need for such a departure and reaffirm that the machine-or- transformation test, properly applied, is the governing test for determining patent eligibility of a process under § 101

“Concordiamo circa il fatto che i futuri sviluppi nella tecnologia e nella scienza possano presentare sfide difficili al “machine-or-transformation test“, così come l’ampio uso dei computer e l’avvento di Internet iniziò a metterlo in discussione nel decennio appena trascorso. Perciò, diamo atto che la Corte Suprema potrà infine decidere di modificare o perfino accantonare questo test per soddisfare le esigenze derivanti dalle tecnologie emergenti. E certamente non escludiamo la possibilità che questa corte potrà in futuro circoscrivere o ampliare il test e le sue modalità di applicazione. Ad oggi, tuttavia, e certamente per quanto riguarda questo caso, non vediamo la necessità di questo mutamento e riaffermiamo che il “machine-or-transformation test”, opportunamente applicato, è il test che serve a determinare la brevettabilità di un processo di cui al § 101″ [norma dell’U.S. Patent Act che regolamenta i metodi commerciali].

E ancora leggiamo, poco oltre, nella medesima decisione 2007-1130 (Serial No. 08/833,892):

“We leave to future cases the elaboration of the precise contours of machine implementation, as well as the answers to particular questions, such as whether or when recitation of a computer suffices to tie a process claim to a particular machine.”

Lasciamo alla giurisprudenza futura la definizione dei limiti del concetto di “machine implementation” come pure le risposte a particolari domande, quali se e quando la enunciazione [trasposizione] attraverso computer sia suffiente a legare una rivendicazione di processo [di business] ad uno specifico macchinario.”

(IP Faber: legal and business consulting services on Intellectual Property. Contact us)

5 November, 2008

Yahoogle: partnership pubblicitaria a prova di antitrust?

Filed under: internet, IT, marchi, marketing, news, Uncategorized — Tags: , , , , , , — Eva Callegari @ 10:04 pm

applegoogle

Creative Commons License Photo credit: Missha

L’accordo pubblicitario fra Yahoo! e Google sembrava essersi arenato dopo il suo annuncio, ad agosto scorso, a causa dell’intervento dell’autorità antitrust statunitense, sollecitato da varie associazioni per i diritti dei consumatori e dall’ANA (Association of National Advertisers).

Secondo questi ultimi, il fatto che Yahoo! permetta a Google di postare le proprie inserzioni pubblicitarie nelle pagine della prima, in cambio di una percentuale sui ricavi generatisi, altererebbe significativamente gli equilibri del mercato pubblicitario di riferimento, con un inevitabile innalzamento dei costi, a discapito degli inserzionisti.

E’ di questi giorni la notizia riportata dal Wall Street Journal, secondo cui le due società, al fine di ricevere la benedizione dall’antitrust alla loro partnership, hanno rivisto i termini del proprio accordo.

La durata dell’accordo, innanzitutto, verrebbe ridotto dai dieci anni originariamente previsti a due anni. Inoltre, si prevederà un meccanismo di scelta dei lettori di Yahoo!, che potranno chiedere di escludere le pubblicità di Google dalle proprie pagine web. Infine, si è stabilito un tetto alla percentuale di ricavi spettante a Yahoo!, ottenuti dalla pubblicità di Google: essi non potranno superare la soglia massima del 25%.

Sapremo prossimamente se il dipartimento di giustizia statunitense, che riveste il ruolo di organo di controllo della concorrenza e del mercato, riterrà sufficienti gli emendamenti apportati all’accordo perchè possa darsi il via alla partnership pubblicitaria fra Yahoo! e Google.

(IP Faber: we develop co-branding plans and co-marketing agreements for smart companies. Contact us)

22 October, 2008

Moda e lusso: quale strategia di marchio vincerà? – Fashion and luxury: which brand strategy will win?

Filed under: dibattito, marchi, marketing, news, thoughts — Tags: , , , , , , , , , , — Eva Callegari @ 9:47 pm

Creative Commons License Photo credit: Projek7

Altagamma ha presentato ieri a Milano un rapporto annuale sull’andamento del mercato nel settore moda e lusso, con riferimento alle principali aziende che operano in questo settore quotate in borsa.

La crescita media delle vendite risulta più bassa rispetto all’anno passato (7.8%  vs. 10.5%). Le aziende di dimensioni maggiori (con un fatturato annuo superiore ai 5 mld. di euro) risentono meno dell’andamento negativo del mercato.

Dal punto di vista delle strategie di brand adottate vincono le aziende che hanno saputo implementare una brand-extension del proprio marchio in nuove categorie di prodotti e diversare geograficamente il proprio mercato di sbocco.

Non è stata invece sempre vincente la strategia multibrand di certe aziende, che hanno investito in fusioni e acquisizioni per acquisire marchi di società terze.

Si tratta di dati di un certo interesse per quelle aziende che pianificano una mirata strategia di marchio: meglio potenziare il proprio marchio e lavorare sulla base di accordi di cross-licensing e co-marketing che disperdersi nell’accumulazione di marchi che non si possono o sanno gestire al meglio ed opportunamente potenziare.

(IP Faber: consulenza sui marchi a 360° per aziende che mirano all’eccellenza)

Yesterday at Milan Altagamma – the association of Italian high-end companies – presented the annual monitor on worldwide market.

Regarding fashion and luxury market, the average sales growth is lower than last year (7.8%  vs. 10.5%). Companies having a turnover higher than 5 billion of euro per year do not suffer the negative market trend now affecting smaller companies.

Winning groups are expanding their brand to new products and geographical areas. On the other hand,  multi-brand strategy followed by certain companies have been proven to be unsuccessful.

The above report may be interesting for those companies which are leveraging a correct brand strategy: it is better strengthening a brand via cross-licensing and co-marketing than accumulating a trademarks portfolio.

(IP Faber: brand consulting at 360° to high-end companies)

10 October, 2008

Le windows sul cinema: alcune riflessioni aspettando Wall-e

Filed under: marketing, news, normativa, thoughts — Tags: , , , — Eva Callegari @ 7:18 am

© Photo Credit: Disney / Pixar

 E’ da vario tempo che le windows, quelle finestre che scandiscono temporalmente le modalità di sfruttamento delle opere cinematografiche (prima nelle sale, poi in home-video ed infine in tv, a pagamento e in chiaro) non sono più specificamente definite nella loro estensione dalla legge, così come accadeva con la legge 153/94.

In via contrattuale esse hanno tuttavia continuato ad esistere, frammentandosi e moltiplicandosi, in conseguenza dell’evolversi della tecnologia e delle conseguenti modalità di sfruttamento degli stessi film.

Se un tempo esistevano solo le tre/quattro tradizionali modalità di fruizione ricordate appena sopra, successivamente esse si sono spostate attraverso diversi piani e canali di utilizzo: al videonoleggio tradizionale si è affiancato il video on demand e il digital download, alla tv in chiaro si è aggiunta la pay-tv e la pay per view, e così via.

La Direttiva 2007/65/CE, che ha modificato la Direttiva “Televisione Senza Frontiere” 89/552/CEE, prevede in tema di windows che gli Stati membri assicurino “che i fornitori di servizi di media soggetti alla loro giurisdizione non trasmettano opere cinematografiche al di fuori dei periodi concordati con i titolari dei diritti“.

Viene quindi confermato il principio secondo cui spetta ai titolari dei diritti d’autore sul film di stabilire contrattualmente gli intervalli temporali di sfruttamento dei film attraverso i vari canali di fruizione.

Di paese in paese, si possono inquadrare comuni intervalli temporali di sfruttamento delle opere cinematografiche. Questi intervalli rappresentano più che altro delle ricorrenze negli usi contrattuali che regole uniformemente volute tali dai titolari dei diritti.

Tant’è che recentemente il mercato ha dimostrato che le windows non necessariamente costituiscono l’unico modo per massimizzare il profitto sullo sfruttamento di un film e si stanno esplorando nuove strategie. Non è detto – ad esempio – che il fruitore del film, se già possa disporre del film in video on demand, rinunci alla sua visione nelle sale cinematografiche.

Addirittura, negli Stati Uniti si sono fatti esperimenti di lancio contestuale di un film su più canali di fruizione e si è visto come i margini di profitto siano comunque positivi, nonostante l’interferenza fra i diversi utilizzi del film in corso.

Ciò significa che – per ora – dovremo aspettare alcuni mesi prima di poter acquistare Wall-e, ultimo nato dalla produzione Disney-Pixar (in uscita nelle sale il prossimo 17 ottobre), per una nostra visione casalinga.

Per il futuro, ci potrà forse capitare di uscire da una sala cinematografica avendo visto il nuovo RatatouilleET o Pirati dei Caraibi e di poter decidere di acquistare subito la nostra copia del film appena visto, magari loggandoci in Internet con un codice acquistato al botteghino con il prezzo del biglietto cumulativo sala+copia personale..

(IP Faber: licensing and managing copyright is our business. Contact us)

6 October, 2008

Product placement e marchi nel cinema e in tv: assaggeremo il Cacao Meravigliao?

Filed under: intellectual property, law, marchi, marketing, news, normativa, trademark — Tags: , , , , — Eva Callegari @ 9:02 am

Creative Commons License Photo credit: Acidcookie

La legge comunitaria 2008 include nell’elenco di direttive che dovranno essere recepite in Italia nei prossimi mesi la direttiva 2007/65, che ha modificato la “direttiva TV senza frontiere” e che, nell’armonizzare la normativa dei vari paesi membri, si ripropone di “migliorare conseguentemente la competitività del settore europeo dei media”.
Questa direttiva si occupa anche di product placement.
Si sa che il mercato delle major statunitensi si nutre da decenni di product placement, integrando marchi e richiami a prodotti e servizi nell’intreccio dei propri film e stipulando apposti accordi con le imprese per dare questa particolare (e molto efficace) visibilità ai loro prodotti.
Nel nostro paese, questo genere di marketing è stato visto per anni con occhio sospetto e bandito – nelle sue forme più evidenti – come forma di pubblicità camuffata, vietata. Si utilizzava il cambio merci per abbassare i costi di produzione di un film, ma non si potevano negoziare accordi per dare risalto ad un marchio all’interno della narrazione di un film.
Ad un certo punto ci si accorse del disfavore che subivano le nostre produzioni cinematografiche rispetto a quelle di matrice americana. Per intenderci, se ET poteva bellamente mangiare le caramelle Reese’s Pieces (simili alle più note M&Ms) davanti agli occhi di infiniti giovani spettatori (e consumatori), il Topo Gigio nostrano doveva accontentarsi di un’anonima (ma gustosa) fetta di gruviera.
Nel 2004 si regolamentò per la prima volta in Italia il product placement, prevedendo cheper i film che contengono inquadrature di marchi e prodotti, comunque coerenti con il contesto narrativo, è previsto un idoneo avviso che rende nota la partecipazione delle ditte produttrici di detti marchi e prodotti ai costi di produzione del film.” (art. 9 del d.lgs. n. 28 del 22 gennaio 2004).
Il quadro normativo attuale, in attesa del recepimento della direttiva del 2007 sulla materia, dà quindi libero campo al product placement nel mondo delle produzioni cinematografiche nazionali, non nell’ambito delle produzioni televisive e dei serial tv.
Il legislatore dovrà ora fissare “un elenco positivo”, indicando quali tipi di programmi potranno beneficiare di un sistema di sponsorizzazione quale quello rappresentato dal product placement.
Nell’effettuare questa scelta si dovrà da un lato scongiurare il rischio di un’eccessiva “brandizzazione” dei prodotti cinematografici e televisivi, che sono anche prodotti culturali, e dall’altro lato considerare i dati economici circa il product placement già sperimentato.
Le analisi di marketing dimostrano che il product placement è di impatto particolarmente forte sul consumatore, che “metabolizza” facilmente e ricorda il marchio visto nell’intreccio di un film.
Inoltre, il product placement si avvantaggia del fatto di legare il marchio ad un’esperienza, quale è quella portata dalla visione di un film. Chi ha visto il film Cast Away non potrà dimenticare il pallone Wilson diventare protagonista con il naufrago Tom Hanks.
Se la tendenza è sempre più verso il brandertainment, i dati di mercato confermano come gli investimenti in product placement siano in costante incremento: del 13 % nel 2007 secondo l’agenzia Nielsen, del 27% l’anno secondo i dati resi noti nel corso dell’edizione 2008 del “Product Placement & Location Festival” di Ischia.
La data entro cui dovrà essere recepita la direttiva 2007/65 dal nostro legislatore è il 19 dicembre 2009.
Quale sarà lo scenario che si aprirà al product placement nel nostro paese per allora?
Sfogliando e curiosando nel data base dei marchi italiani si scopre che esistono 17 marchi “Cacao Meravigliao” depositati in Italia, uno di questi è stato depositato dalla Barilla nel lontano 1987 (non è certo – a dire il vero – se sia stato rinnovato fino ad oggi).
Se il product placement amplierà sempre più il proprio raggio d’azione, potremo forse davvero trovare sugli scaffali del supermercato “il Cacao Meravigliao” e torneremo tutti nell’arena di “Indietro Tutta” a cantare con Renzo Arbore e Nino Frassica?

(IP Faber ti può aiutare nel product placement e nel rafforzamento del tuo brand)

25 September, 2008

A new vision is born: meet the new Digital Music Experience

Filed under: internet, IT, marketing, thoughts — Tags: , , , , — Enrico @ 11:10 am

 Creative Commons LicensePhoto credit: Petr Urbancik

In one of the most compelling and intriguing articles ever appeared on a blog, Ian Rogers, a well regarded Yahoo! executive, urges the music industry to find out a new vision.

The blog, titled “CONVENIENCE WINS, HUBRIS LOSES AND CONTENT VS. CONTEXT” is also a brief history of the music industry as seen from a techno geek of the last 10 years and we want to thank Mr. Rogers for sharing with us his thoughts, and a vision that at IP Faber we are continously proposing since our inception.

Roger’s statement “it’s time we pay closer attention to consumer” is both revolutionary and strategic. Back in 1999 Recording Labels got to know what was Napster, but instead of understanding a changing life phenomenon and offering some kind of alterative, they started suing Napster and other P2P sites and their users.

But P2P is a technology platform, inherent to tcp/ip protocol and is therefore not good or bad in itself, but hey, is so easy to sue a company for infringing copyright! Technology changes at a fast pace, so after Napster and a pletora of other P2P websites, it was the time for Gnutella and P2P software (that actually doesn’t use the website for storing music). Gnutella is basically a way for sharing bits (any kind of electronic data) between 2 computers connected to one or more networks.

Mr. Rogers correctly says that this is “trivial, is physics and unstoppable”. 

It’s physics, it’s unstoppable. Period.

That’s why you need to put your energy elsewhere. So he urged music labels to sell their content to their users in the format they were asking for: MP3Make it easy, he wrote, and convenience will beat free. This was in 1999.

The convenience beats free.  They did the opposite: instead of creating a blue ocean, they went for the old-fashioned way and decided to sell music via internet protected with DRM (SDMI, Liquid Audio, Pressplay, Coral, etc). Any success? None. Any hope they’ll ever make it? Nope.

So, the question is: what do costumer want? A nice, fast and secure experience.

Hum, let me think… oh yes, I’ve got it, this is iTunes: friendly interface, easy to use (and buy) platform, good price on quality ratio (well, almost).

Amazon is doing it also better, because it is adding the first DRM free music experience working on any digital player. Music is becoming what it was at the beginning: copyrighted art without Digital Right Management. Ian Rogers acknowledges the same: “Amazon’s finally doing what was clearly the right solution in 1999. Music in the format that people actually want it in, with a Web-based experience that’s simple and works with any device.”

Now let’s go back back to the people who have the power to change things (if they ever want to): what are you guys still waiting for?

(IP Faber: solutions for copyright which makes sense. Contact Us)

Il pensiero di Ian Rogers, responsabile dell’area media di Yahoo! , sollecita l’industria musicale a trovare una nuova dimensione, più attenta a cogliere i segnali che arrivano direttamente dai consumatori. Quando nel 99 scoppiò il caso Napster – scrive Rogers dal proprio blog – non ci si interrogò se qualcosa stava cambiando e che cosa occorreva cambiare, ma si iniziarono una serie di cause contro quei soggetti che si servivano del peer-to-peer per lo scambio di musica digitale non autorizzata. Il P2P è una tecnologia, è qualcosa di fisico… rappresentava un fenomeno inevitabile ed inarrestabile. Eppure le Major – osserva Rogers – non capirono di trovarsi di fronte ad un’opportunità senza precedenti, un mercato vergine da esplorare.

La risposta ai “rischi” del P2P, da parte delle major musicali, fu l’introduzione dei DRM sulla musica fruita daI consumatore. Ma il consumatore vuole veramente musica protetta da DRM? – si interroga Rogers. Il mercato ora sta dando una chiara risposta in senso assolutamente opposto. Tant’è che sia iTunes (iTunes plus) che Amazon  (Amazon Mp3)già stanno mettendo a disposizione degli users quello che gli users da tempo cercano: musica senza DRM, scaricabile in modo facile e sicuro ed utilizzabile su apparecchiature diverse.

E non stiamo parlando di musica piratata.  Stiamo parlando del mercato musicale del futuro.

(IP Faber: soluzioni per il copyright nel mercato. Contatti)

19 July, 2008

Barbie vs. Bratz ..1-0!

Filed under: copyright, marketing, news — Eva Callegari @ 10:20 pm

On 17th July a jury verdict of the District Court of Riverside – California has been released: Mr. Carter Bryant – the designer of Bratz dolls – created them when he was still employed at Mattel, in 1999. Therefor MGA Entertainment, the company which launched the Bratz dolls on 2001 is guilty of copyright infringement and contract interference.

If the decision will be confirmed during the second phase of the trial, MGA Entertainment could be ordered to pay damages in the range of hundred millions Dollars in back royalties. The ownership of the rights on the Bratz will be in dispute too.

When these kind of “dolls” fight, the stock market cannot be indifferent: on Friday the Mattel‘s shares shot up 12 %. This market euphoria sounds new, as Mattel suffered significant loss in recent years. The analysts are however not so confident that the above legal battle will represent a definitive renaissance for Barbie.

However this story will end, it is teaching us something interesting: pay attention to designers or inventors previously employed by a competitor!

(IP Faber: consultants on copyright and strategical immaterial assets. Contact us)

Il 17 luglio scorso una giuria della corte distrettatuale del Riverside – Californa ha deciso che Carter Bryant – ideatore delle Bratz – ha creato queste bambole quando ancora era dipendente della Mattel, nel 1999. La MGA Entertainment, la società che ha lanciato sul mercato le Bratz nel 2001, è quindi responsabile per violazione di diritto d’autore e per avere volutamente indotto Bryant a non rispettare i propri doveri di lealta’ verso la Mattel.

Se la decisione verrà confermata nella seconda fase del processo, la MGA Entertainment potrebbe vedersi costretta a pagare danni nell’ordine di centinaia di milioni di dollari, commisurati alle royalties non pagate negli anni passati alla Mattel. La stessa titolarità dei diritti sulle Bratz sarà messa in discussione.

Quando bambole di questo genere combattono fra loro, le borse non rimangono indifferenti: venerdì le azioni della Mattel sono salite del 12 %. Questa euforia dei mercati suona nuova, visto che la Mattel ha sofferto perdite significative negli anni passati. Gli analisti in realtà non sono così fiduciosi che la battaglia legale in corso possa davvero rappresentare una rinascita per la Barbie.

Comunque si concluda, questa storia ci insegna che è sempre meglio fare attenzione a designer o inventori che hanno lavorato in passato come dipendenti di un concorrente!

(IP Faber: consulenti in materia di diritto d’autore e di asset immateriali strategici per le aziende. Contattaci)

Photo from album of callme_crochet (Flickr) –

11 July, 2008

Music = Copyright – DRM

Filed under: copyright, internet, marketing, thoughts — Tags: , , , — Enrico @ 8:45 am

Creative Commons License Photo credit: Travelin Librarian

Consumers don’t care for Digital Rights Management (DRM), they just care for Music.

DRM technology has been cracked many times and has prooven not to be the holy barrier it was meant.

Recent cases against consumers infringing copyright issues are turning to be short victories for the major labels.

EMI and Universal Music are selling unprotected music on Amazon and Wall-Mart, Apple has started a new market by selling DRM tracks for less than a dollar and unprotected music for 30% more (iTunes Plus), Amazon is prooving to be on trask with its brand new music store by selling DRM free music.

What are creators doing? Radio Head started to sell their brand new album through its own website and at a pay-as-much-as-you-want price. And now more bands are following suit. They just launched a new campaign to give more power to music’ authors and performers (see our post here on )

Let’s face it: the music industry is changing at a very fast pace. And perhaps people that should have the closer view (music industry executives) are the only ones who still don’t understand this: how to invent, develop and exploit a new booming market. Ian Rogers, Yahoo! music general manager, told in a presentation before a group of music executives that they need to re think the copy protection system. And he is not alone.

At IP Faber we believe Ian Rogers went on target when he said “I won’t let Yahoo! invest any more money in consumer inconvenience… I can’t bear to see any more money spent on pathetic attempts for control instead of building consumer value…. I want to delight consumers, not bum them out.”

He urges the industry to focus on consumer and consumer’s experience, saying that anything else is off-target. Consumer is king. Content (music) is king.

If this is not yet a new vision, it is for sure the end of an era where old fashioned technology has translated into old fashioned control techniques. According to Rogers, we need “to move toward a new media experience and drive there as quickly as possible. We should not wasting time and efforts by stopping what is obvious today. We should be creating the tools of a Web and Media entertaining and intriguing experience and reward music-lovers for being a part of it”.

(IP Faber is at the forefront of open innovation and copyrighted works. Contact us))

19 April, 2008

Adidas 3 stripes according the Court of Justice – Le 3 striscie di Adidas secondo la Corte di Giustizia

Filed under: marchi, marketing, news — Tags: , , , — Eva Callegari @ 12:49 pm

Is it necessary that stripes signs remain available to all? Can Adidas prohibit the use by third party of two stripes on sport products?

The questions above have been recently examined by the Court of Justice in Case C-102/07 of 10th of April 2008. The first chamber of the Court assessed that the requirement of the availability of certain signs is irrelevant with regard to the likelihood of confusion. The important factor for analyzing such criteria is the public perception of the goods identified by the TM of the owner compared to the third party’s goods. On the other hand – the Court of Justice observes – the “availability requirement” regards only descriptive indications, not decorative characteristic of the goods.

Therefore, on the basis of this ruling by the Court of Justice, we can imagine that strips or squares or circles may be “owned” by a single proprietor if the latter is so able to enforce these signs on its relevant market that public immediately associate them to the mark/source of the proprietor.

(IP Faber: 360° consultancy on TM. Contact us)

Le strisce sono di tutti? Può Adidas vietare a terzi di usare due bande su articoli di abbigliamento sportivo?

Questi quesiti sono stati oggetto di una decisione della Corte di Giustizia recente (Case C-102/07 del 10 aprile 2008). La prima sezione della Corte ha stabilito che il requisito della disponibilità di certi segni non rileva con riguardo al rischio di confondibilità. Il fattore rilevante per svolgere questo tipo di valutazione è la percezione che ha il pubblico dei prodotti identificati da un dato marchio rispetto ai prodotti di un soggetto terzo. D’altro canto, osserva la Corte, il “requisito della disponibilità” attiene solo alle indicazioni descrittive, non a quei caratteri puramente decorativi di un prodotto.

Perciò, sulla scia di quanto deciso dalla Corte di Giustizia con questa sentenza, una striscia, un quadrato, un cerchio potrebbero diventare di un solo soggetto se questo fosse tanto bravo nel rafforzare un dato segno in un certo settore di mercato così che il pubblico immediatamente ricolleghi questo segno ai prodotti provenienti dalla propria impresa.

(IP Faber: consulenza a 360° sui marchi. Contattaci.)

Photo by autumn bliss from Flickr. CC license.

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