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23 April, 2007

Internet TV: CBS si allea con Joost

Filed under: copyright, internet, IT — Enrico @ 10:22 pm

E così anche Joost trova il primo partner importante per il web e si tratta di CBS, un broadcaster di primaria importanza negli States.

Mentre tutti stanno a guardare lo sviluppo dei media center e AppleTV da un lato e il video sharing con You Tube dall’altro, Joost, la piccola azienda europea fondata dai ragazzi di Skype (e di Kazaa, se qualcuno ancora lo ricorda), stringe il primo vero importante accordo destinato a portare ricavi e notorietà alla start-up.

Joost

Conosciuta precedentemente come “Venice Project“, Joost sta tentanto la quadratura del cerchio: una web TV su computer, tramite internet, con buona qualità video, contenuti concessi in licenza, e un business model basato sulla pubblicità (e in futuro servizi a valore aggiunto).

Un precedente accordo con Viacom, la transfuga dell’accordo con YouTube (dopo i problemi insorti con le dispute sulla protezione del copyright), aveva permesso a Joost di firmare accordi per il webcasting di contenuti di network minori come MTV, BET e Comedy Central.

Ora cambia la magnitudo degli interessi economici in gioco.

Il logo di CBS

Con questo accordo CBS punta ad aggiungere ulteriori revenues al proprio bilancio, puntando a trattenere per sè il 90% dei ricavi, e aggiungendo un altro media e quindi un diverso canale distributivo agli altri che già possiede. Inoltre l’accordo sarebbe su base non esclusiva, dunque permetterebbe anche ad altri operatori la trasmissione via web degli stessi contenuti. Il gruppo diventa in questo modo sempre più content provider, e sempre meno broadcaster.
Non solo, per CBS diventa sempre più delicata la gestione dei beni immateriali alla luce della nuova strategia di puntare sulla distribuzine dei contenuti (protetti da copyright).

Il logo di Joost

Joost punta invece a diventare il primo webcaster al mondo, e potrebbe anche accontentarsi del 10/15% dei ricavi se riuscisse a stringere molti accordi e a incollare di fronte alle proprie trasmissioni milioni di utenti. Non si tratta di numeri impossibili, se pensiamo che You Tube ha ormai da tempo superato i 100 milioni di video serviti al giorno (senza una sola interruzione o alcun disguido tecnico). Joost può farlo se la tecnologia proprietaria di cui dispone riesce a reggere il carico di traffico a cui sono sottoposti i suoi server e se allo stesso tempo riesce ad aggregare nella propria piattaforma distributiva un maggior numero di content provider.

Insomma, una tipica equazione win-win, i cui effetti commerciali, tecnologici e strategici verranno forse capiti meglio nei prossimi mesi, dopo che anche i concorrenti avranno fatto le loro mosse.

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15 April, 2007

Il giallo della Cina che avanza

Filed under: brevetti, dibattito, marchi, news — Eva Callegari @ 10:15 pm

Due notizie passate sulla stampa dei giorni scorsi in apparenza lontane: le “sommosse” contro le forse dell’ordine nel quartiere cinese di Milano e la prima relazione dell’Alto commissario per la lotta alla contraffazione Giovanni Kessler al Parlamento.

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Da un lato i giornali descrivono un quartiere di Milano fuori dal completo controllo delle forse dell’ordine, dove la popolazione cinese ha stabilito una propria città nella città.
Dall’altro lato scopriamo qualcosa che già potevamo immaginare: l’Italia è in cima alla lista dei paesi europei dove circolano e si acquistano prodotti contraffatti, a partire dal tessile e dalla pelletteria, per passare alla componentistica e ai beni di consumo, arrivando ai software, ai dvd e cd contraffatti. Inoltre, i quantitativi di merce fermata dalle forze dell’ordine (Guardia di Finanza o Agenzia delle Dogane) indicano l’esistenza di un vero e proprio mercato sommerso, che viaggia in parallelo al mercato e al ciclo di vita dei prodotti originali.

Queste due notizie sono legate da un comune filo conduttore, che appare ormai diventato un luogo comune: l’espansione del mercato cinese nel nostro paese, e in genere la forza del “dragone” che può scardinare gli equilibri dei mercati occidentali. Si sa che in gergo quando si definisce un prodotto contraffatto si dice che è la “copia cinese” di un prodotto originale.

Molti imprenditori – che pure si affidano ad industrie manifatturiere cinesi per realizzare i loro prodotti- si sono confrontati negli ultimi anni con fenomeni di contraffazione originatisi nell’est asiatico.
Come la stampa ha fatto passare le notizie dei tafferugli di via Paolo Sarpi – con toni decisamente esagerati a chi conosce o frequenta questa zona di Milano – dimostra la diffidenza e allo stesso tempo la curiosità verso il “fenomeno giallo”. Fenomeno che – proprio perchè ancora non del tutto chiaro – diventa utile strumento per spiegare tutto, anche casi di contraffazione che non necessariamente o direttamente si ricollegano alla Cina.

Di questo ci dà conferma proprio la relazione Kessler dei giorni scorsi che ha spiegato che l’Italia non solo consuma prodotti contraffatti, ma anche produce merce che viola diritti di proprietà intellettuale altrui. In tutto il territorio nazionale è presente un’industria della contraffazione, con picchi significativi in Campania, dove si fa abbigliamento, componentistica e beni di largo consumo contraffatti, ma anche in Toscana, nel Lazio e nelle Marche (pelletteria) e nelle aree del Nord-Ovest e del Nord-Est (componentistica e l’orologeria).

Non sempre le copie cinesi – quindi – sono Made in China.

11 April, 2007

Le licenze Creative Commons declinate all’italiana

Filed under: copyright — Eva Callegari @ 9:58 pm

liberiamo le idee

A chi non conoscesse Creative Commons e il mondo della doppia C basti osservare come in rete si stia moltiplicando il materiale frutto della creatività di qualche internauta (musica, testi, fotografie, video) marchiato con la doppia C di Creative Commons e messo a disposizione di chi naviga.

La doppia C non indica che “tutti i diritti sono riservati” come spesso si specifica a fianco della tradizionale c cerchiata di copyright, ma neppure significa che si può fare dell’opera caricata in rete quel che si vuole. Chi sceglie Creative Commons decide di dare al frutto della propria creazione un particolare regime di circolazione, scegliendo uno dei simboli CC che indica la licenza scelta per la propria opera.

Si può decidere di far circolare liberamente la propria opera, a condizione che l’uso che se ne farà non abbia fini di lucro oppure a condizione che sia indicato il nome dell’autore o ancora che l’opera non venga modificata e rielaborata, e così via.

Recentemente i delegati italiani di Creative Commons hanno adeguato le licenze con la doppia C, di matrice statunitense, al nostro sistema giuridico di protezione del diritto d’autore.

Così, nelle licenze CC italiane, hanno fatto la loro comparsa anche i diritti morali d’autore. Ciò significa che chi è un creativo e vuole tutelare il proprio diritto a creare, sa che il proprio diritto ad essere riconosciuto autore, ad essere mantenuta integra la propria opera, in poche parole i propri diritti morali d’autore resteranno in capo a lui definitivamente, anche una volta lasciata libera la propria opera di circolare in rete con una licenza Creative Commons.

9 April, 2007

Battaglia legale fra Nike e Reebok

Filed under: brevetti, marchi, news — Eva Callegari @ 4:05 pm

Un brevetto sviluppato da Reebok su una tecnologia che serve a dare massima flessibilità alle suole delle scarpe è al centro di una causa iniziata negli Stati Uniti le scorse settimane.

I contendenti sono due delle principali aziende produttrici di scarpe sportive al mondo: da una parte Reebok, società parte del gruppo tedesco Adidas, e dall’altra parte la statunitense Nike.

E’ stata Reebok ad attaccare Nike, depositando un atto di citazione presso la corte distrettuale orientale dello stato del Texas e affermando che ben 11 modelli di sneakers Nike, vendute con il marchio commerciale “Free“, violerebbero il brevetto di Reebok.

Se davvero i giudici statunitensi riconoscessero la violazione di questo brevetto, non vorremmo essere – per dirla all’americana – “nelle scarpe di Nike”, che potrebbe essere tenuta a rimborsare un danno a Reebok a molti zeri. La giurisprudenza statunitense non è infatti morbida quando si tratta di liquidare danni per violazioni di brevetti, soprattutto quando i prodotti in contraffazione venduti sono molti e i costi di sviluppo dei brevetti violati sono stati alti.

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